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08 giu 20269 min di lettura

#BraveHistories: Loccioni, il brand silenzioso da 450 persone che misura il futuro dell'industria

Ad Angeli di Rosora, provincia di Ancona, una famiglia marchigiana ha costruito una multinazionale della misurazione industriale senza fare quasi mai pubblicità. Cosa ci insegna il loro brand silenzioso — e perché in Italia non lo conosciamo abbastanza.

"Il brand più forte è quello che il territorio costruisce per te, quando smetti di parlare di te stesso e inizi a fare cose che il territorio racconta da solo."

Per arrivarci, partite da Ancona, prendete la superstrada per Roma, uscite a Jesi. Vi sembra di andare nel nulla. In effetti, andate nel nulla. La valle di San Clemente, frazione di Angeli di Rosora, un comune da meno di duemila abitanti incastonato tra colline che a primavera profumano di mosto e a settembre profumano di uva.

In quel nulla, in mezzo alla valle, c'è una fabbrica. Non sembra una fabbrica. Sembra un campus universitario europeo, con edifici sparsi tra i campi, finestre grandi, un fiume — l'Esino — che le passa di fianco e sul quale, a un certo punto, qualcuno ha installato quattro piccole centrali idroelettriche.

Quella fabbrica è il Gruppo Loccioni. Quattrocentocinquanta dipendenti, età media 34 anni, metà laureati. Misurano e controllano la qualità di prodotti industriali per i più grandi clienti del mondo — automotive, farmaceutico, energia, aerospazio. Ogni airbag che si gonfia, ogni iniettore di insulina che dosa la quantità giusta, ogni motore che parte la mattina d'inverno, ha probabilmente passato un test che porta la loro firma da qualche parte.

Sono dei leader mondiali. E quasi nessuno, in Italia, conosce il loro nome.

Questa è la prima puntata di #BraveHistories del 2026, e la dedichiamo a loro per una ragione precisa: in un'epoca in cui il branding si misura in milioni di euro di adv e in CMO che vengono e vanno ogni 18 mesi, Loccioni ha costruito un brand mondiale senza fare quasi mai pubblicità. E lo ha fatto in un modo che chi si occupa di branding farebbe bene a studiare a memoria.

1968, la stalla, la pompa elettrica

Per capire perché il loro brand funziona, dovete sapere da dove vengono.

Enrico Loccioni — il fondatore — è nato in una casa di campagna sopra una stalla, in una valle che a quei tempi non aveva ancora la corrente elettrica e l'acqua corrente. Aveva quindici anni quando ricevette il primo lavoro pagato: collegare una pompa elettrica per portare l'acqua agli animali di un vicino.

Quel lavoro è il prodromo letterale di tutto. Il prodromo della metodologia (capire un problema concreto, trovare una soluzione tecnica), e il prodromo dell'identità (un'azienda di tecnica al servizio di chi lavora la terra, prima ancora che dell'industria).

Nel 1968, insieme alla moglie Graziella Rebichini, fonda I.C.I.E. — Impresa di Costruzione di Impianti Elettrici. È un'azienda artigiana, fa quadri elettrici per le officine della valle.

Cinquantotto anni dopo, è il Gruppo Loccioni, leader mondiale nei sistemi di misurazione industriale, con clienti in venti Paesi.

Tra l'una e l'altra cosa, nessuna campagna di marketing. Nessun rebrand celebrativo. Nessuna campagna di assunzione su LinkedIn con foto in stile We are hiring.

Come ci sono riusciti?

La mezzadria come metodo aziendale

Per rispondere, dovete capire una cosa che a una valle marchigiana è ovvia e al resto d'Italia un po' meno.

La cultura della mezzadria — il sistema agricolo che ha plasmato le Marche, la Toscana, l'Umbria per secoli — non era solo un contratto agricolo. Era un modello di rischio condiviso. Il mezzadro divideva il raccolto col padrone. Bene se il raccolto era buono, male se era cattivo, e in entrambi i casi tutto dipendeva dalla stagione, dal clima, dall'arte di leggere il tempo e di sopravvivere all'incertezza.

Da quella cultura, Enrico Loccioni ha preso una cosa che ha messo al centro dell'azienda: diversificare il rischio non aspettando la prossima stagione. Se sei mezzadro, l'unico modo per sopravvivere è avere più appezzamenti, più colture, più fonti di reddito. Lo stesso vale per un'azienda manifatturiera: per non dipendere da un cliente, da un settore, da un trend, devi diversificare le competenze, i settori, le geografie.

Loccioni l'ha fatto. Negli anni '80 lavoravano per il bianco (elettrodomestici). Negli anni '90 sono entrati nell'automotive. Nei 2000 nel farmaceutico. Negli ultimi vent'anni si sono allargati a energia rinnovabile, mobilità elettrica, infrastrutture idriche.

Ogni nuovo settore non è stato un pivot — termine startup che qui suonerebbe ridicolo — è stato un appezzamento aggiuntivo, secondo una logica contadina applicata all'industria 4.0.

"Knowledge Company": il loro brand è dentro, non fuori

Se entrate nel sito di Loccioni, una delle prime cose che leggete è che si definiscono Knowledge Company. Non è una formula da convegno. È un'architettura organizzativa precisa.

In una Knowledge Company (loro versione), ogni dipendente è un imprenditore. Le decisioni si prendono il più vicino possibile alla competenza. Le gerarchie sono leggere. I rapporti si fondano sulla fiducia. L'azienda è una scuola di competenze — espressione che usano letteralmente — che forma persone, oltre che produrre prodotti.

Cosa c'entra col branding, vi chiederete.

C'entra tutto. Il brand di Loccioni — quello che gli ha permesso di diventare leader mondiale senza spendere in advertising — non vive negli annunci pubblicitari. Vive nelle persone che hanno lavorato lì, e che oggi vanno alle conferenze, scrivono sui giornali, insegnano nelle università, fanno consulenza, vengono assunti da clienti. È un brand che si diffonde per emanazione: tu lavori con Loccioni, tu sei Loccioni, dovunque tu vada per il resto della tua carriera.

In termini di branding moderno, è un employer brand che ha cannibalizzato in positivo il brand commerciale. La cosa più potente che si possa fare. E per anni si è discusso se fosse un caso o una strategia. Andando di persona ad Angeli di Rosora, ci si convince velocemente che è una strategia. Perfettamente cosciente. Perfettamente eseguita.

"Impresa bene comune": quando il territorio è anche il prodotto

Qui arriva il secondo asse, e per noi è quello più contemporaneo.

Loccioni ha fatto una cosa rara: ha dichiarato pubblicamente che la sua missione include il territorio. Non in senso retorico (la beneficenza locale, gli sponsor del torneo di calcetto). In senso operativo.

Vent'anni fa, hanno preso in concessione due chilometri del fiume Esino che passa accanto alla sede. Ci hanno costruito quattro piccole centrali idroelettriche. Oggi producono più energia pulita di quanta ne consumano. Hanno una flotta interna di veicoli elettrici. Hanno sedici laboratori tecnologici nomadi alimentati ad energia pulita. Hanno avviato un progetto — LOV, Land Of Values — che ha l'obiettivo di valorizzare il territorio marchigiano come asset strategico dell'impresa, non come hobby filantropico.

Per un'azienda che misura quality control di prodotti industriali, è una mossa di branding straordinaria. Perché dice una cosa molto specifica al mercato: "Noi misuriamo davvero le cose, anche quelle che fanno male se non le misuri — l'impatto ambientale, il consumo, la sostenibilità". È coerenza di posizionamento applicata al business model.

Tradotto: il brand non è quello che dichiarate. Il brand è quello che fate, raccontato da chi vi sta intorno. Loccioni ha capito questo principio molto prima della maggior parte delle agenzie italiane.

Quello che NON hanno fatto

Per onestà metodologica, vale la pena elencare anche le cose che Loccioni ha evitato.

Non hanno mai puntato sul nome del fondatore come icona. Enrico Loccioni è raccontabile, ha una storia da romanzo, è il tipo di founder che sui social americani diventerebbe un meme di motivazione. Lo hanno tenuto deliberatamente fuori dal centro del brand commerciale. Quello che esiste è il Gruppo Loccioni, non Enrico Loccioni.

Non hanno mai fatto un rebrand "grande". Il logo è quasi lo stesso da decenni. Le forme cambiano, ma per erosione lenta — come abbiamo visto nel pezzo del 21 maggio sul rebrand silenzioso.

Non hanno mai venduto la "Loccioni story" ai media internazionali in maniera pacchiana. Quando compaiono sul Sole 24 Ore o sul Financial Times, è perché qualcuno è andato a cercarli. Non perché loro hanno mandato un comunicato stampa.

Non hanno mai aperto a fondi di private equity. Sono rimasti famigliari. Questo gli ha tolto velocità di crescita, ma gli ha dato continuità identitaria. Per un brand silenzioso, è la cosa che conta di più.

Cosa ci portiamo a casa

Tre lezioni, una per quadrante:

Per i founder di startup. Non sognate il marketing che esplode. Sognate il passaparola che esplode. Il brand di Loccioni vive nei dipendenti che diventano ambasciatori, nei clienti che diventano case study, nei territori che diventano vetrina. Costruite l'organizzazione perché generi questo passaparola, non aspettatevi che lo generi il vostro CMO.

Per chi fa branding (e per noi che lo facciamo per mestiere). Il brand non si fa nei manuali. Si fa nelle decisioni operative: come trattate i dipendenti, dove mettete gli investimenti, in che territorio scegliete di stare, cosa rifiutate di fare. Un buon manuale di brand riflette quelle decisioni — non le sostituisce.

Per le PMI italiane B2B. Il vostro vantaggio competitivo non è la grafica più moderna. È la coerenza profonda tra quello che dichiarate, quello che fate, e quello che gli altri raccontano di voi. Loccioni ha quaranta-cinquanta anni di vantaggio su questo asse, ma quaranta-cinquanta anni si costruiscono uno alla volta, partendo da oggi.

C'è un dettaglio finale che vale tutto il pezzo. Quando vi presentate ad Angeli di Rosora — e dovreste, almeno una volta — non vedete uno store di brand, non vedete una hall di reception in marmo, non vedete cartelli con valori scritti grandi. Vedete persone che lavorano. Vedete un fiume con dentro quattro turbine. Vedete un parcheggio con macchine elettriche.

Il brand è esattamente quello. Non c'è altro.

E quasi nessuno lo conosce, in Italia. È il momento di rimediare.

Giovedì 11 giugno torniamo sul versante intelligenza artificiale con un pezzo che ci serviva da tempo: Il prompt non è il problema. È il contesto. Cosa è cambiato nei sette mesi in cui abbiamo costruito BP e Tuken, e perché il prompt engineering del 2024 è la disciplina giusta che risolve il problema sbagliato.

A giovedì.


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